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La Marina imperiale giapponese (kyūjitai: 大日本帝國海軍 shinjitai: 大日本帝国海軍 o 日本海軍 Nippon Kaigun) a volte chiamata Flotta combinata, fu l'apparato militare navale dell'Impero giapponese dal 1869 fino al 1947, quando venne disciolta in seguito alla rinuncia del Giappone all'uso della forza come mezzo per la risoluzione di dispute internazionali[1]. Negli anni venti fu la terza più grande marina militare del mondo dopo la statunitense U.S. Navy e la britannica Royal Navy. A causa della natura insulare del Giappone fu anche la più importante e significativa arma delle sue forze militari. Le origini della Marina imperiale giapponese risalgono alle prime interazioni con le nazioni del continente asiatico a partire dall'inizio del periodo feudale fino a raggiungere un picco di attività tra il XVI e il XVII secolo in un'epoca di scambi culturali con le potenze Europee. Nel 1854, dopo due secoli di stagnazione in seguito al periodo di isolazionismo imposto dagli shogun del periodo Edo, la marina giapponese era relativamente arretrata quando il paese venne forzatamente aperto al commercio dall'intervento statunitense. Questo condusse infine alla restaurazione Meiji, un periodo di modernizzazione e industrializzazione frenetico, accompagnata dalla reintegrazione del potere dell'imperatore del Giappone. Dopo un storia di successi, in alcuni casi contro nemici molto più potenti, come nella prima guerra sino-giapponese (1894-1895) e nella guerra russo-giapponese (1904-1905), la Marina imperiale giapponese fu quasi completamente annientata al termine della seconda guerra mondiale. Attualmente le sue funzioni sono assolte dalla Forza marittima di autodifesa giapponese (JMSDF). OriginiIl Giappone ha alle spalle una lunga storia di rapporti navali col continente asiatico, che iniziano dai primi trasporti di truppe tra Corea e Giappone, all'inizio del Periodo Kofun, nel III secolo. Successivamente ai tentativi di Kubilai Khan di invadere il Giappone del 1281, lungo le coste dell'impero cinese divennero molto attivi i pirati giapponesi Wakō Il Giappone intraprese un grande sforzo costruttivo navale nel XVI secolo, durante l'Epoca Sengoku, quando i signori feudali in lotta per la supremazia organizzarono vaste marine militari costiere composte da centinaia di navi. Pare che in questo periodo, nel 1576, furono sviluppate le prime navi da guerra "corazzate" della storia, quando Oda Nobunaga, un daimyo giapponese, fece costruire, sei Atakebune corazzate in ferro.[2] Queste navi chiamate Tekkōsen ((鉄甲船? letteralmente «navi corazzate in ferro») erano chiatte armate con cannoni e fucili di grande calibro per sconfiggere i più grandi, ma non corazzati, vascelli usati dal nemico. Con esse, nel 1578, Nobunaga, sconfisse la marina del Clan Mori alla bocca del fiume Kizu ad Osaka, durante un'operazione di blocco navale. Queste navi erano considerate come fortezze galleggianti, piuttosto che come delle vere navi da guerra e furono usate solo in azioni costiere. Durante l'invasione giapponese della Corea (1592-1598) Toyotomi Hideyoshi organizzò una flotta di circa 700 navi e 10.000 marinai per il trasporto e il supporto di una forza terrestre di circa 160.000 uomini. Le navi da trasporto furono attaccate dalla potente marina della dinastia Joseon. L'ammiraglio coreano Yi Sun-sin sconfisse più volte la marina giapponese, utilizzando le navi tartaruga o Geobukson. Dopo aver riorganizzato la marina, il Giappone vinse una battaglia contro l'ammiraglio Won Kyun della marina della dinastia Joseon e diversi scontri minori contro gli ammiragli Yi Eok Ki e Choi Ho della marina della dinastia Ming cinese. La rotta marina tra il Giappone e la costa meridionale della Corea venne protetta dall'attività della marina per tutta la campagna, permettendo la circolazione di uomini e rifornimenti. Il Giappone costruì le sue prime grandi navi oceaniche all'inizio del XVII secolo in seguito alle relazioni con l'Occidente. Nel 1613 il daimyo di Sendai, d'accordo con il Bakufu Tokugawa costruì la Date Maru, una nave simile ad un galeone da 500 tonn, che trasportò prima l'ambasciata giapponese di Hasekura Tsunenaga alle Americhe e successivamente in Europa. A partire dal 1604 il Bakufu commissionò circa 350 navi shuinsen, solitamente armate e dotate anche di tecnologie occidentali, principalmente per il commercio con il sud est asiatico. A partire dal 1640 il governo giapponese decise di seguire la politica di isolazionismo (Sakoku) vietando ogni contatto con gli occidentali, sradicando il cristianesimo e punendo con la morte la costruzione di navi oceaniche. Lo studio delle tecniche occidentali di ingegneria navale riprese negli anni quaranta del XIX secolo e si intensificò insieme all'aumento di spedizioni occidentali lungo la costa del Giappone, dovuto al commercio con la Cina ed allo sviluppo della caccia alle balene. Nel 1852 il Bakufu, temendo ulteriori incursioni straniere, iniziò a costruire la prima nave da guerra giapponese in stile occidentale dall'epoca dell'isolazionismo, la Shōhei Maru. Nel 1853 e nel 1854 con una prova di forza delle nuove navi da guerra a vapore statunitensi il commodoro Matthew Perry ottenne l'apertura del paese al commercio internazionale con la convenzione di Kanagawa. A breve seguì il trattato di amicizia e commercio del 1858 che permise l'insediamento di concessioni straniere, concesse l'extra-territorialità agli stranieri e impose tasse di importazioni minime sui beni importati dall'estero. Non appena il Giappone fu costretto aprirsi alle influenze estere il governo Tokugawa iniziò una politica attiva di assimilazione delle tecniche navali occidentali. Nel 1855, con l'assistenza olandese, la Marina Giapponese acquisì la sua prima nave da guerra a vapore, la Kankō Maru, che venne usata come nave scuola presso il nuovo centro di addestramento navale di Nagasaki. Nel 1857 acquisì la sua prima nave da guerra a vapore con propulsione ad elica, la Kanrin Maru. Nel 1865 l'ingegnere navale francese Léonce Verny venne assunto per costruire i primi cantiere navali moderni giapponesi a Yokosuka e Nagasaki. Negli anni 1867-68, una missione navale britannica, guidata dal capitano Richard E. Tracey, collaborò alla formazione della marina Imperiale e all'avviamento della Scuola Navale di Tsukiji.[3] Per diversi anni vennero inviati studenti presso scuole navali occidentali, iniziando una tradizione di dirigenti con un'educazione straniera, come gli ammiragli Tōgō e più tardi Yamamoto. Prima della fine dello shogunato Tokugawa, nel 1867, la marina Tokugawa possedeva già otto navi da guerra a vapore in stile occidentale al comando dell'ammiraglia Kaiyō Maru, che furono usate contro forze pro-imperatore durante la guerra Boshin, al comando dell'ammiraglio Enomoto. Il conflitto culminò con la battaglia navale di Hakodate nel 1869, la prima battaglia navale moderna su larga scala giapponese e terminò con la sconfitta delle ultime forze fedeli ai Tokugawa e la restaurazione del governo imperiale. Creazione della Marina imperiale giapponese (1869)A partire dal 1868, il reintegrato imperatore Meiji emanò riforme per industrializzare e militarizzare il Giappone, allo scopo di impedire che potesse essere sopraffatto dagli Stati Uniti e dalle potenze europee. Il 17 gennaio 1868 venne creato il Ministero degli Affari Militari (conosciuto anche come Ministero Esercito-Marina) con Iwakura Tomomi, Shimazu Tadayoshi e il principe Komatsu Yoshiakira come Primi Segretari. Il 26 marzo 1868 venne tenuta la prima rivista navale in Giappone (nella baia di Osaka), a cui parteciparono sei navi dalle marine private delle province di Saga, Choshu, Satsuma, Kurume, Kumamoto e Hiroshima, per un tonnellaggio complessivo di 2.252 t, inferiore a quello dell'unico vascello straniero partecipante (una nave della Marina Francese). L'anno successivo, nel luglio 1869, venne creata formalmente la Marina imperiale giapponese, due mesi dopo l'ultima battaglia della guerra Boshin. Nel 1871 le flotte militari private vennero abolite e le loro 11 navi vennero aggiunte alle sette sopravvissute della defunta marina del bakufu Tokugawa, formando il nucleo della nuova Marina imperiale giapponese. Nel 1872 il Ministero degli Affari Militari venne rimpiazzato dai due distinti Ministero dell'Esercito e Ministero della Marina. Nell'ottobre 1873 divenne Ministro della Marina Katsu Kaishu. Il nuovo governo stese un piano ambizioso per creare una marina militare di 200 navi organizzate in dieci flotte, che venne abbandonato nel giro di un anno a causa della mancanza di fondi. Le ribellioni domestiche, specialmente la ribellione di Satsuma del 1877, forzarono il governo a concentrarsi sulla guerra terrestre. La politica navale espressa dallo slogan Shusei Kokubō (守勢国防? "difesa statica") si concentrò sulla difesa delle coste, un esercito permanente, una marina costiera e condusse a un'organizzazione militare secondo il principio Rikushu Kaijū (陸主海従? "prima l'Esercito, poi la Marina") Durante il periodo Meiji (1867-1912) il Giappone potenziò la sua nuova marina, basandola a grandi linee su quella della Royal Navy ed appoggiandosi grandemente all'esperienza navale francese e britannica, tanto da comperare molte navi impostate nei loro cantieri francesi. Nel 1869 acquisì la prima nave corazzata capace di affrontare l'oceano, la Kōtetsu, dopo soli dieci anni dall'introduzione di queste navi nell'Occidente per la prima volta (il varo della francese La Gloire). Sostegno britannico
Allievi artiglieri sulla Jho Sho Maru, insieme al loro istruttore inglese, il tenente Horse, all'inizio del 1871
Durante gli anni settanta e ottanta del XIX secolo la Marina imperiale giapponese rimase essenzialmente una forza di difesa costiera, sebbene il governo Meiji continuasse il processo di modernizzazione. La Jho Sho Maru (ben presto ribattezzata Ryūjō Maru) progettata da Thomas Glover venne varata a Aberdeen in Scozia il 27 marzo 1869. Nel 1870 un decreto imperiale stabilì che la Royal Navy britannica sarebbe stato il modello per lo sviluppo e non la Marina Olandese.[4] Dal settembre 1870, il tenente inglese Horse, in precedenza un istruttore di tiro per la Prefettura di Saga durante il periodo Bakumatsu, fu incaricato di addestrare gli artiglieri a bordo del Ryūjō.[4] Nel 1871, il ministero decise di inviare 16 cadetti all'estero per studiare le scienze nautiche (14 in Gran Bretagna, 2 negli Stati Uniti) e tra questi vi era Heihachirō Tōgō.[4] A sua volta, una delegazione navale britannica, composta da 34 membri e diretta dal capitano Archibald Douglas, si recò in visita in Giappone nel 1873 e vi rimase per due anni.[4] In seguito, il capitano L.P. Willan fu chiamato nel 1879 come istruttore per i cadetti navali. Modernizzazione ulteriore (anni 1870)Nei cantieri navali britannici furono costruite specificatamente per la Marina imperiale giapponese navi come la Fuso, la Kongo e la Hiei. In questo stesso periodo, emersero aziende private di costruzioni navali come la Ishikawajima e la Kawasaki. Nel 1883, furono ordinate due grandi incrociatori protetti ai cantieri navali britannici, la Naniwa e la Takachiho da 3.709 t di dislocamento. Potevano raggiungere una velocità di 18,5 nodi (34 km/h), il ponte era protetto da una corazza spessa da 51 a 76 mm ed erano armate con due cannoni Krupp da 10,2 pollici (260 mm). L'ingegnere navale Sasō Sachū le progettò basandosi sulla classe Elswick di incrociatori protetti, ma con prestazioni migliorate. Si creò una corsa agli armamenti con la Cina che a sua volta si equipaggiò con due navi da battaglia tedesche da 7 453 t, (la (Ting Yuen e la Chen-Yüan). Il Giappone, non essendo in grado di tenere testa alla flotta cinese con due soli moderni incrociatori, ricorse all'assistenza francese per costruire una flotta moderna che potesse prevalere nel conflitto che si stava annunciando. Influenza della "Jeune École" francese (anni 1880)Negli anni ottanta del XIX secolo la Francia divenne la nazione più influente sulla marina giapponese grazie alla dottrina militare della Jeune École ("Giovane scuola") che sosteneva l'uso di piccole, veloci navi da guerra, specialmente incrociatori e torpediniere contro unità navali più grandi. Nel 1882 il governo Meiji emise il primo piano di espansione navale che prevedeva la costruzione di 48 navi da guerra, tra cui 22 torpediniere, nel corso di 8 anni, per una spesa di 26.670.000 yen. Inoltre erano previsti fondi per la costruzione di cantieri e industrie associate alla costruzioni di navi da guerra e per l'addestramento di tecnici e ufficiali.
La Matsushima di costruzione francese, ammiraglia della Flotta Imperiale Giapponese alla battaglia del fiume Yalu (1894)
I successi navali della marina francese contro la Cina nella guerra franco-cinese del 1883-85 parvero validare il potenziale delle torpediniere, un approccio attraente per una nazione dalle risorse limitate come il Giappone. Nel 1885 il nuovo slogan della Marina divenne Kaikoku Nippon (海国日本? letteralmente "Giappone Marittimo"). Nel 1886 il principale ingegnere navale francese Emile Bertin venne assunto per un periodo di quattro anni per rinforzare la marina giapponese e dirigere la costruzione degli arsenali di Kure e Sasebo. Sviluppò la classe di incrociatori Matsushima composta da tre unità, armate con un singolo, ma potente cannone principale, il Canet da 12,6"/38 (380 mm). Complessivamente Bertin supervisionò la costruzione di più di venti unità, che aiutarono la costituzione della prima vera forza navale moderna giapponese e permisero al Giappone di padroneggiare la costruzione di grosse unità, alcune importate dall'estero, altre costruite nell'arsenale di Yokosuka:
I cannoni da 320 mm (13 pollici) sull'incrociatore Matsushima
Questo periodo permise al Giappone di "acquisire le rivoluzionarie nuove tecnologie presenti nei siluri, nelle torpediniere e nelle mine, delle quali i Francesi erano probabilmente all'epoca i migliori esponenti al mondo"[5]. Il Giappone acquisì i suoi primi siluri nel 1884 e istituì un "Centro di addestramento siluri" a Yokosuka nel 1886. Queste navi ordinate durante gli esercizi finanziari del 1885 e 1886, furono l'ultimo grande ordine verso la Francia. L'inspiegato affondamento dell'incrociatore protetto Unebi, in rotta dalla Francia al Giappone, avvenuto nel dicembre del 1886, creò frizioni diplomatiche e dubbi circa la bontà dei progetti Francesi. Contratti con i BritanniciIl Giappone si rivolse nuovamente al Regno Unito, ordinando una rivoluzionaria torpediniera, la Kotaka del 1887, considerata il primo vero esempio di cacciatorpediniere,[6] e l'incrociatore Yoshino, costruito dai cantieri Armstrong Whitworth di Elswick, Newcastle upon Tyne, che all'epoca del suo varo nel 1892, era il più veloce incrociatore del mondo.[7] Nel 1889, venne ordinato l'incrociatore protetto Chiyoda, costruito nei cantieri scozzesi lungo il fiume Clyde, una unità che contribuì a definire nel mondo la tipologia degli incrociatori corazzati.[8] Dopo il 1882, e fino al 1918, anno della visita di una delegazione militare francese, la Marina imperiale cessò del tutto di affidarsi a istruttori stranieri. Nel 1886 produsse in autonomia una propria innovativa polvere da sparo migliorata (la cosiddetta polvere marrone o prismatica) e, nel 1892, uno dei suoi ufficiali inventò un potente esplosivo del tipo polvere infume, che prese il nome dal suo inventore (polvere Shimose).[3] Prima guerra sino-giapponese (1894-1895)
I Cinesi, insieme con i loro consiglieri Russi, si arrendono all'ammiraglio Itoh Sukeyuki dopo la battaglia di Weihaiwei.
Il Giappone continuò la modernizzazione della sua marina, specialmente perché anche la Cina, con cui era in concorrenza per il controllo della Corea, stava potenziando la propria, con l'assistenza della Germania. La prima guerra sino-giapponese venne dichiarata ufficialmente il 1º agosto 1894, sebbene si fossero già svolti alcuni combattimenti navali.
Spezzone di filmato di una battaglia navale durante la prima guerra sino-giapponese[9]
Il 1º settembre 1894 nella battaglia del fiume Yalu, la marina giapponese devastò la Marina Beiyang al largo della foce del fiume Yalu. Nel corso della battaglia la Cina perse 8 navi da guerra su 12. Sebbene il Giappone emerse vittorioso, le due grandi navi da battaglia cinesi di produzione tedesca rimasero praticamente impervie ai cannoni giapponesi, evidenziando il bisogno per navi da battaglia più grosse per la marina giapponese (la Ting Yuan fu infine affondata da siluri, mentre la Chen-Yuan venne catturata praticamente illesa). Il passo successivo dell'espansione della Marina imperiale giapponese sarebbe stato di dotarsi di una combinazione di grandi navi da guerra pesantemente armate, affiancate da più piccole innovative unità offensive per mettere in atto tattiche aggressive. In conseguenza del conflitto secondo il trattato di Shimonoseki (17 aprile 1895) Taiwan e le isole Pescadores furono cedute al Giappone. La Marina imperiale giapponese prese possesso delle isole, tacitando ogni movimento di opposizione tra il marzo e l'ottobre 1895, e queste rimasero una colonia giapponese fino al 1945. Il Giappone ottenne anche la penisola di Liaodong, sebbene venne forzato dalla Russia a restituirla alla Cina, solo per vedere la Russia prenderne possesso poco dopo. Soppressione della ribellione dei Boxer (1900)
Forze speciali navali giapponesi, comandate dal tenente colonnello Edward Seymour durante la ribellione dei Boxer.
La Marina imperiale giapponese intervenne ulteriormente in Cina nel 1900 partecipando insieme alle potenze occidentali alla soppressione della ribellione dei Boxer. La marina fornì il numero di navi da guerra maggiore (18 su un totale di 50) e sbarcò il contingente maggiore di truppe dell'esercito e della marina tra quello delle nazioni partecipanti (20 840 soldati su un totale di 54 000). Il conflitto consentì al Giappone di combattere al fianco delle nazioni occidentali, acquisendo conoscenze delle loro tattiche belliche. Guerra russo-giapponese (1904-1905)In seguito alla Prima guerra sino-giapponese ad all'umiliazione della restituzione forzata della Penisola di Liaodong alla Cina a causa delle pressioni russe (il "Triplice Intervento"), il Giappone continuò a potenziare la sua forza militare in preparazione di futuri scontri. Venne approvato un programma decennale di costruzioni navali con lo slogan "Perseveranza e determinazione" (臥薪嘗胆 Gashinshōtan?), con il quale furono commissionate 109 navi da guerra, per un totale di 200.000 t ed aumentato il personale della marina da 15.100 a 40.800 uomini. La nuova flotta consistette di:
Una di queste navi, la Mikasa, una delle più avanzate della sua epoca[10] fu ordinata dai cantieri navali della Vickers nel Regno Unito alla fine del 1898 e consegnata in Giappone nel 1902, ed è tuttora esistente, nave-museo e monumento alla battaglia di Tsushima, nel Porto di Yokohama, unica sopravvissuta del tipo Pre-dreadnought Questi preparativi culminarono nella Guerra russo-giapponese (1904-1905). Nella battaglia di Tsushima, l'ammiraglio Tōgō Heihachirō a bordo della Mikasa condusse la flotta combinata giapponese in quella che venne definita «la più decisiva battaglia navale nella storia»[11]. La flotta russa fu praticamente annientata: su 38 navi, 21 furono affondate, 7 catturate e 6 disarmate. Le perdite russe ammontarono a 4.545 morti e 6.106 prigionieri, quelle giapponesi a 116 morti e 3 torpediniere. Questa vittoria spezzò la forza militare russa nell'Asia orientale e scatenò ondate di ammutinamenti nelle basi della Marina Russa a Sebastopoli, Vladivostok e Kronstadt, che culminarono in giugno con la rivolta della corazzata Potëmkin e contribuì quindi alla Rivoluzione russa del 1905.
La prima flotta di sottomarini giapponesi (dal No1 al No5, tutti progettati da Holland), alla rivista navale dell'ottobre 1905.
Durante la guerra russo-giapponese il Giappone fece anche sforzi frenetici di attivare una flotta di sottomarini, che solo di recente erano diventati un'arma militare efficace ed erano considerati armi dalle considerevoli potenzialità. La Marina imperiale giapponese acquistò i suoi primi sottomarini nel 1905 dalla Electric Boat Company statunitense, solo quattro anni dopo che la United States Navy aveva messo in servizio il suo primo sottomarino, lo USS Holland. I sottomarini furono progettati da John Philip Holland e spediti smontati in Giappone dove furono riassemblati nei cantieri navali di Yokosuka, per diventare operativi alla fine del 1905. Verso una marina nazionale autonomaDopo il conflitto con la Russia, il Giappone continuò nei suoi sforzi di realizzare una forte industria navale nazionale. Seguendo la strategia «Copia, migliora, innova»[12] navi straniere di diversi tipi furono analizzate in profondità, migliorandone spesso i requisiti tecnici e acquistate in coppie così da poter effettuare test e miglioramenti comparativi. Nel corso del tempo l'importazione di navi straniere venne progressivamente sostituita prima dall'assemblaggio e poi dalla costruzione completa nei cantieri giapponesi, partendo dalle navi più piccole, come le torpediniere e gli incrociatori nel 1880 fino alle navi da battaglia all'inizio del XX secolo. L'ultimo importante acquisto straniero fu quello dell'incrociatore da battaglia Kongō dai cantieri della Vickers nel 1913. Per il 1918 nessun aspetto della tecnologia navale giapponese era significativamente al di sotto degli standard mondiali.[13] Per il 1920 la Marina imperiale giapponese era diventata la terza marina militare mondiale ed era leader in diversi aspetti della tecnologia navale:
Tra il 1905 e il 1910 il Giappone iniziò la costruzione nazionale di navi da battaglia. La Satsuma fu costruita in Giappone con circa l'80% di pezzi importati dal Regno Unito, ma la classe successiva, la Kawachi venne costruita con solo il 20% di pezzi di importazione. Prima guerra mondialeIn prosecuzione naturale dell'alleanza anglo-giapponese del 1902 il Giappone entrò nella prima guerra mondiale al fianco degli Alleati. Nel novembre 1914, dopo l'assedio anglo-giapponese di Tsingtao, la Marina imperiale giapponese occupò la base navale tedesca di Tsingtao (oggi Qingdao) nella penisola cinese di Shandong. Quello stesso anno, in agosto e settembre, un gruppo da battaglia venne inviato nel Pacifico centrale per inseguire lo squadrone tedesco dell'Asia orientale, che si spostò nell'Atlantico meridionale, dove venne intercettato da forze navali britanniche e distrutto nella battaglia delle isole Falkland. Il Giappone occupò gli ex-possedimenti coloniali della Germania in Micronesia, le isole Marianne (esclusa Guam), le isole Caroline e le isole Marshall, che rimasero colonie giapponesi fino alla fine della seconda guerra mondiale, con il Mandato del Sud Pacifico della Lega delle Nazioni. Durante la prima fase del conflitto la Royal Navy chiede il supporto della Marina Imperiale in varie occasioni. Fra queste ricordiamo l’inseguimento della squadra di Tirpitz, azioni di scorta ai convogli delle truppe ANZAC e la richiesta, rifiutata dal governo giapponese, di avere in affitto i quattro incrociatori della classe Kongo (navi di costruzione inglese e le prime navi giapponesi a montare pezzi da 356 mm). In seguito a ulteriori richieste di contribuire al conflitto e con lo sviluppo da parte della Germania, dal 1917, della guerra sottomarina indiscriminata, la Marina imperiale giapponese inviò nel marzo 1917 una forza speciale di cacciatorpediniere nel mare Mediterraneo. La flotta, comandata dall'ammiraglio Satō Kōzō e consistente nell'incrociatore corazzato Nisshin e di otto dei più nuovi cacciatorpediniere della Marina Giapponese fece base a Malta, proteggendo efficacemente il traffico navale alleato da Marsiglia e Taranto ai porti egiziani fino alla fine della guerra. Il cacciatorpediniere Sakaki, venne silurato da un sottomarino della k.u.k. Kriegsmarine. Perirono con esso 59 fra ufficiali e marinai Al termine del conflitto la Marina imperiale giapponese ricevette, come compensazione di guerra, sette sottomarini tedeschi, che furono portati in Giappone per essere analizzati, contribuendo in maniera decisiva allo sviluppo dell'industria sottomarina giapponese.[16] Periodo tra le due guerreNegli anni precedenti alla seconda guerra mondiale la Marina imperiale giapponese iniziò a strutturarsi specificatamente per combattere gli Stati Uniti d'America. Una lunga serie di espansioni militaristiche e l'inizio della seconda guerra sino-giapponese nel 1937 inimicarono gli Stati Uniti e questi vennero considerati sempre di più come nemici del Giappone. La Marina imperiale giapponese dovette affrontare prima e durante la seconda guerra mondiale considerevoli sfide, probabilmente più di ogni altra marina nel mondo[17]. Il Giappone, come la Gran Bretagna, dipendeva praticamente completamente da risorse straniere per rifornire la sua economia, quindi la Marina imperiale giapponese doveva assicurarsi e proteggere le fonti di materie prime (specialmente le materie prime e il petrolio del sud-est asiatico), che erano lontane e controllate da paesi stranieri (Gran Bretagna, Stati Uniti e Olanda). Per assolvere a questo compito, erano necessarie grandi navi da guerra, dotate di estesa autonomia. Questi requisiti, però, non erano nello stesso tempo compatibili con la dottrina militare navale giapponese della "battaglia decisiva". Gli strateghi nipponici, non consideravano importante il raggio di azione delle navi nel caso di un conflitto,[18], ma teorizzavano di condurre la guerra, consentendo alla marina militare statunitense di muoversi nel Pacifico, utilizzando i sottomarini per indebolirla, per poi impegnarla dopo averla sottoposta a questo tipo di attrito, in una "area per la battaglia decisiva", da scegliere vicino al Giappone.[19] Questa impostazione era in accordo con le teorie dello stratega navale Alfred T. Mahan, che tutte le marine mondiali condividevano prima della seconda guerra mondiale. Secondo questo pensatore, le guerre si sarebbero decise mediante scontri tra le flotte di navi da battaglia, come era stato per oltre trecento anni. [20] Alla luce di questa impostazione dottrinale, il Giappone affrontò la conferenza navale di Washington del 1922 per il disarmo. Le maggiori potenze navali si riunirono per limitare la corsa agli armamenti, negoziando un congelamento dei rapporti di forze, espressi come rapporti tra i tonnellaggi di tutte le unità. Il Giappone, seguendo le direttive di Satō, che senza dubbio era stato influenzato da Mahan,[21] chiese gli venisse consentito di mantenere una flotta con un tonnellaggio complessivo pari al 70% di quello degli avversari principali: la U.S.Navy statunitense e la Royal Navy britannica. In termini tecnici, i coefficienti richiesti erano Royal Navy:U.S.Navy:Marina imperiale, 10:10:7. Ciò avrebbe dato al Giappone la superiorità nella "area per la battaglia decisiva". L'esito dei negoziati fu però differente per l'insistenza degli Stati Uniti che chiesero un rapporto del 60%, ritenendolo più equilibrato, e perciò il trattato navale di Washington fu firmato con un rapporto 10:10:6 (o 5:5:3 come effettivamente riportato). [22] Il Giappone, a differenza di quanto fecero altre nazioni che firmarono il trattato, rispettò i suoi impegni, anche quando con il tempo il trattato venne considerato superato dagli altri firmatari. La situazione era in conflitto anche la sua passata esperienza di guerre navali. L'inferiorità numerica e industriale nipponica, avrebbe portato negli anni successivi a delineare un politica di ricerca della superiorità tecnica (meno navi, ma più veloci e più potenti), superiorità nell'addestramento del personale, sviluppo di tattiche aggressive (attacchi audaci e veloci per sopraffare il nemico, la ricetta dei successi ottenuti nei conflitti precedenti). Come poi si sarebbe dimostrato, le scelte furono sbagliate, perché non si tenne conto del fatto che i nemici nella successiva guerra del Pacifico, non avrebbero dovuto seguire le limitazioni di tipo politico e geografico delle guerre precedenti, né avrebbero tolleraro alte perdite in navi ed equipaggi. [23] Pertanto, durante il periodo fra le due guerre mondiali, il Giappone prese la guida in numerose aree di sviluppo degli armamento navali:
Il Giappone continuò a ricercare l'esperienza di esperti stranieri in aree in cui era arretrato rispetto all'Occidente: nel 1921 ricevette per un anno e mezzo la missione Sempill, un gruppo di istruttori aeronavali britannici che addestrarono la Marina imperiale giapponese su diversi nuovi aerei, come il Gloster Sparrowhawk e su varie tecniche, come le tecniche di attacco con aerosiluranti e il controllo di volo. Negli anni precedenti alla guerra due scuole di pensiero si affrontarono sul fatto se la marina avrebbe dovuto essere incentrata su potenti navi da battaglia che avrebbero potuto vincere su quelle statunitense nelle acque giapponesi o su una flotta aggressiva di portaerei. Nessuna delle due prevalse ed entrambi i tipi di navi vennero sviluppate, con il risultato che nessuna delle due soluzioni riuscì a diventare una forza predominante contro l'avversario statunitense. Una debolezza consistente delle navi da guerra giapponesi fu la tendenza ad incorporare armamenti e motori troppo potenti in confronto alle dimensioni delle navi (una conseguenza del trattato di Washington) portando a mancanze in stabilità, protezione e forza strutturale.[25] Seconda guerra mondialeAll'epoca della seconda guerra mondiale la Marina imperiale giapponese era amministrata dal Ministero della Marina del Giappone e controllata dal Capo dello Stato Maggiore della Marina imperiale giapponese basato del Quartier Generale Imperiale. Per poter combattere la numericamente superiore marina statunitense, dedicò molte risorse alla creazione di una forza superiore in qualità e quantità a ogni altra marina dell'epoca. In conseguenza di ciò probabilmente il Giappone disponeva, allo scoppio della seconda guerra mondiale della più sofisticata marina militare del mondo.[26] Scommettendo sul successo di una tattica aggressiva il Giappone non investì in modo significativo in strutture difensive: avrebbe dovuto essere capace di proteggere le sue lunghe linee di rifornimento contro i sottomarini nemici, cosa che non riuscì mai a fare, particolarmente non investì sufficientemente in navi scorta antisommergibile e antiaeree. D'altronde, il vertice della Marina Imperiale, nella persona dell'ammiraglio Yamamoto, stimava in sei mesi il tempo che il Giappone aveva a disposizione per vincere la guerra prima di venire sovrastato dalla macchina da guerra statunitense L'attacco a Pearl Harbor, che ebbe come risultato apparentemente eclatante l'affondamento di cinque navi da battaglia e la distruzione di alcune centinaia di aerei statunitensi, in realtà non fu così efficace come avrebbe dovuto, perché le tre portaerei statunitensi allora in servizio non erano in rada il giorno dell'attacco. Fu proprio l'assenza di queste unità che vanificò in parte l'attacco e che determinò l'annullamento dell'ultima ondata programmata, che avrebbe dovuto distruggere i depositi di carburante e i bacini di carenaggio di Pearl Harbor. Quattro delle moderne portaerei di squadra impegnate nell'operazione, verranno poi affondate durante la battaglia delle Midway proprio dagli aerei di una delle portaerei scampate all'attacco.[27][28] Anche se la battaglia delle Midway segnò l'arresto della espansione militare giapponese, fu solo durante la campagna di Guadalcanal, contrassegnata da numerose battaglie aeronavali oltre che da cruenti episodi a terra, che si ebbe una decisiva inversione di tendenza. Durante questa fase, iniziata durante la precedente battaglia del mar dei Coralli, nella quale le forze giapponesi e le due portaerei della Classe Shōkaku persero 92 aerei[29], la flotta combinata perse una gran parte della componente aerea assegnata alle sue portaerei, rendendole così uno strumento privo di efficacia reale. Il colpo finale venne però inferto dagli statunitensi durante la battaglia delle isole Marianne. Più che le perdite in termini di velivoli, furono irrecuperabili le perdite degli addestrati piloti, rimpiazzati da nuovi equipaggi con poca esperienza e facili prede dei caccia statunitensi nelle successive operazioni.[30] Anche il resto del naviglio di superficie subì pesanti perdite durante queste fasi; in particolare durante la campagna di Guadalcanal le navi perdute furono 38, e da 60 ad 880 aerei distrutti[31] Conseguenza diretta delle gravi perdite subite fu che durante l'ultima fase della guerra la Marina imperiale giapponese ricorse ad una serie di misure disperate, incluso l'uso di attacchi suicidi aerei (vedi kamikaze) e navali, come i Kaiten o siluri umani. Il Giappone continuò ad attribuire un considerevole prestigio alle navi da battaglia e si impegnò a costruire le più grandi e potenti navi del periodo. La Yamato, la più grande e pesantemente armata nave da battaglia della storia venne varata nel 1941. Nella seconda parte della seconda guerra mondiale furono combattute le ultime battaglie fra grandi navi da battaglia. Durante la battaglia di Guadalcanal, il 15 novembre 1942, le corazzate USS South Dakota e USS Washington (BB-56) ingaggiarono, affondandola, la nave da battaglia giapponese Kirishima al prezzo di gravi danni per la South Dakota che incassò numerosi colpi dalla stessa Kirishima e dalle altre navi della formazione nipponica. Nella battaglia del golfo di Leyte, il 25 ottobre 1944, sei corazzate guidate dal contrammiraglio Jesse B. Oldendorf aprirono il fuoco contro le corazzate giapponesi Yamashiro e Fusō, reclamandone l'affondamento. In realtà le due navi erano già state danneggiate gravemente dagli attacchi delle siluranti. La maturità raggiunta dall'arma aerea, nel conflitto del pacifico, mostrò tutti i limiti delle grandi navi da battaglia che furono relegate ai ruoli di bombardamento costiero e scorta alle portaerei. La Yamato e la sua gemella Musashi furono affondate dai bombardieri molto prima di poter raggiungere a distanza di tiro la flotta statunitense. Il rapido progresso della tecnologia portò alla cancellazione dei progetti delle corazzate della classe successiva alla Yamato: il progetto A-150 detto anche Super Yamato, iniziato nel 1938, fu poi accantonato in favore di altri tipi di nave quali le portaerei.[32] Portaerei
Numerosi Mitsubishi A6M Zero sul ponte della portaerei giapponese Shokaku si preparano ad un attacco a Pearl Harbor
Il Giappone enfatizzò particolarmente le portaerei. La Marina imperiale giapponese iniziò la guerra del Pacifico con 10 porteerei, all'epoca la più grande e moderna flotta del mondo di questo tipo.[33] Comunque diverse portaerei giapponesi erano di piccole dimensioni in accordo alle limitazioni imposte alla marina dalle Conferenze Navali di Londra e Washington. All'inizio delle ostilità gli Stati Uniti possedevano 6 portaerei, di cui solo 3 operavano nel Pacifico, mentre il Regno Unito ne possedeva 3, di cui solo 1 operante nell'oceano Indiano.[33] Le portaerei giapponesi come la Shokaku e la Zuikaku, eccedevano ogni altra portaerei al mondo in prestazioni e capacità fino allo sviluppo statunitense a guerra in corso della classe Essex. Comunque in seguito alla battaglia delle Midway nella quale furono affondate quattro portaerei giapponesi, la Marina imperiale giapponese si trovò improvvisamente a corto di questo tipo di navi, e iniziò una serie di progetti ambiziosi per convertire vascelli militari e commerciali in portaerei di scorta come la Hiyo e Shinano , che divennero le più grandi portaerei della seconda guerra mondiale. La Marina tentò anche di costruire delle portaerei di squadra, ma la maggior parte di questi progetti non venne completata prima della fine della guerra.
Il successo delle navi corsare tedesche nella prima guerra mondiale attirarono l'attenzione della Marina imperiale giapponese. Nel 1941, la Aikoku Maru e la Hokoku Maru, due navi passeggeri e da carico della Osaka Shipping Line che gestiva i viaggi marittimi con il Sud-America, furono requisiti per essere convertiti in incrociatori ausiliari o (Armed Merchant Cruisers - AMC). Prima e durante la guerra del Pacifico, il Giappone convertì in totale 13 navi mercantili in AMC. Questo fu dovuto al successo iniziale delle due navi classe Aikoku Maru, (la "Aikoku Maru" e la "Hokoku Maru"), anche se alla fine del 1943, 5 di queste navi risulteranno affondate, tanto che lo Stato Maggiore della Marina imperiale giapponese convertì 6 delle rimanenti corsare in trasporti e navi appoggio, mentre le ultime due verranno perse in azione nel 1944.
Alla fine del 1941, la Marina imperiale giapponese requisiva 5 navi mercantili per essere convertire in navi trasporto sottomarini (Sensui-Bokan). Essi erano la Heian Maru, la Yasunuki Maru, la Nagoya Maru, la Rio de Janeiro Maru e la Santos Maru. Nel 1942 le navi su riportate erano pronte come trasporti sommergibili. Poi nel 1942 si aggiunse la Hie Maru e nel 1943 la Tsukushi Maru. La Nagoya Maru fu ritirata e riutilizzata come trasporto nel 1942, stessa sorte la subirono la Hie Maru e la Santos Maru che furono riutilizzate come trasporto nel 1943. Nel 1945 subì la stessa fine delle 3 navi suddette la Tsukushi Maru.
Ben 19 navi ausiliarie furono trasformati in navi trasporto aerei. Di questi 1 era della classe Tsurumi, 4 erano della classe Kamikawa Maru, 1 della classe Sanyo Maru, 1 della classe Notoro, 2 della classe Kashii Maru, 1 della classe Kamoi e 2 erano della classe Sakito Maru. Trasportavano ognuna tra i 12 ai 18 aerei. Mentre le rimanenti 7 navi della classe Chitose furono trasformate in vere e proprie portaerei, ognuna con una forza aerea comprendente tra i 20 e i 30 aerei.
Il Giappone iniziò la guerra con una forza aeronavale ottimamente addestrata e impostata su di alcuni dei migliori aeroplani da combattimento dell'epoca: il Mitsubishi A6M (famoso come "Zero") era considerato il miglior caccia imbarcato al mondo all'inizio della guerra, il bombardiere Mitsubishi G3M aveva una raggio d'azione e una velocità di tutto rispetto e il Kawanishi H8K era uno dei migliori idrovolanti del mondo.[34] Il corpo aereo della Marina imperiale, all'inizio della guerra era di altissimo livello, paragonandolo ai suoi omologhi contemporanei nel mondo, grazie all'addestramento e all'esperienza bellica maturata durante la seconda guerra sino-giapponese.[35] La marina aveva anche alle sue dipendenze una valida forza di bombardamento tattico basata sui bombardieri G3M e G4M, che stupirono il mondo riuscendo ad affondare per la prima volta nella storia una corazzata nemica in mare in movimento e in grado di difendersi, colpendo la HMS Prince of Wales e la HMS Repulse.[36] Con il proseguire della guerra gli Alleati scoprirono rapidamente le debolezze dell'Aviazione Navale Giapponese. Sebbene la maggior parte degli aerei fosse caratterizzata da una grande autonomia, erano molto limitati in corazzatura ed armamento difensivo. In conseguenza di ciò i più numerosi e pesantemente armati e corazzati aerei statunitensi furono in grado di sviluppare tecniche che annullavano rapidamente il vantaggio degli aerei giapponesi. Inoltre, a causa di ritardi nello sviluppo dei motori, la Marina Giapponese incontrò grandi difficoltà nello sviluppare nuovi e competitivi progetti con il proseguire della guerra, da ciò ne conseguì la produzione in massa di aerei con debolezze note. In seguito alla battaglia del golfo di Leyte la Marina Giapponese optò sempre di più per l'uso di aerei in ruolo di kamikaze. Sommergibili e sottomarini
Sommergibile della Marina imperiale giapponese classe I-400 , il più grande tipo di sommergibili della seconda guerra mondiale
Il Giappone possedette di gran lunga la più diversificata flotta di sottomarini della Seconda guerra mondiale, incluse torpedini guidate (Kaiten), sottomarini minuscoli (Ko-hyoteki, Kairyu), sommergibili costruiti per missioni specifiche (soprattutto per rifornire le guarnigioni isolate dell'esercito, che ne gestiva anche il comando), sommergibili a lungo raggio d'azione (molti dei quali trasportavano un aereo), sottomarini (distinti dai sommergibili per avere maggiore velocità in immersione) già all'inizio del conflitto (Sentaka I-200) e sommergibili in grado di portare diversi bombardieri (il più grande della seconda guerra mondiale, il Sentoku I-400). Questi sottomarini furono anche equipaggiati con i siluri più avanzati del conflitto, i Long Lance con propulsione ad ossigeno. Un aereo partito da uno di questi grandi sommergibili a lungo raggio, l' I-25, riuscì a compiere quello che è stato l'unico bombardamento del territorio continentale degli Stati Uniti. Il 9 settembre 1942, l'idrovolante Yokosuka E14Y in dotazione, venne assemblato a fianco del sommergibile, emerso con il favore del mare calmo, e raggiunse il territorio dell'Oregon, dove tentò di causare grandi incendi forestali lanciando due bombe incendiarie da 70 chili. L'azione non sortì alcun effetto, in quanto il clima di settembre non era favorevole per la propagazione degli incendi boschivi.[37] Altre unità portarono a termine missioni transoceaniche, arrivando a operare fino all'Europa. Un idrovolante partito da sommergibile sorvolò la Francia in un raid a fini propagandistici[38]
Il sommergibile I-8} a Brest in Francia nel 1943
Globalmente, nonostante le loro capacità tecniche, i sommergibili giapponesi non ebbero un gran successo. Vennero spesso usati in ruoli offensivi contro navi da guerra, che erano veloci, manovrabili e ben difese a confronto delle navi della marina mercantile. Nel 1942 i sommergibili giapponesi riuscirono ad affondare due portaerei di squadra, un incrociatore ed alcuni cacciatorpediniere ed altre navi ed a danneggiarne diverse altre. Ma, man mano che le flotte Alleate venivano rinforzate e riorganizzate, non furono in grado di mantenere buoni risultati. Verso la fine della guerra vennero invece usati per trasportare rifornimenti alle guarnigioni sulle isole. Durante la guerra il Giappone riuscì ad affondare circa 1 milione di tonnellate di navi mercantili (184 navi), in confronto al 1,5 milione di tonnellate della Gran Bretagna (493 navi), 4,65 milioni di tonnellate degli USA (1.079 navi) e 14,3 milioni di tonnellate della Germania (2.840 navi). I primi modelli non furono molto manovrabili in immersione, non potevano raggiungere grandi profondità e mancavano di radar. Durante la guerra anche unità che erano state equipaggiate con un radar furono in alcuni casi affondate grazie alla capacità del radar USA di rilevare le loro emissioni. Per esempio la Batfish affondò tre sottomarini equipaggiati con radar nel corso di quattro giorni. Al termine del conflitto molti dei più originali sommergibili e sottomarini giapponesi (I-400, I-401, I-201 e I-203) vennero inviati alle Hawaii nell'ambito della Operation Road's End («Operazione Fine della Strada») prima di essere affondati dalla United States Navy nel 1946 quando i sovietici chiesero di poterli visionare. Forza di AutodifesaIn seguito alla resa agli Stati Uniti al termine della seconda guerra mondiale ed alla successiva occupazione del suolo patrio, l'intera Marina imperiale giapponese venne dissolta con la nuova costituzione che afferma: «Il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione ed alla minaccia dell'uso della forza come mezzo per risolvere le dispute internazionali». L'attuale marina giapponese è subordinata al comando della Jieitai, la Forza di Autodifesa Giapponese (o anche JSDF - Japan Self Defense Forces), sotto la designazione di Forza Marittima Giapponese di Auto-Difesa (JMSDF - Japan Maritime Self-Defense Force) Azioni principali
Note
Kanji per «Marina imperiale giapponese».
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